Proposta alternativa al comitato di scopo

VERBALE DI INTESA TRA LA CITTA’ DI TORINO, LA PREFETTURA DI TORINO E LA

DELEGAZIONE PER L’ASSEMBLEA PER LA FUTURA DESTINAZIONE DEGLI SPAZI

PROPOSTA ALTERNATIVA AL COMITATO DI SCOPO PREVISTO NEL VERNALE. (LE PARTI IN ROSSO SONO LE PROPOSTE DEL COMITATO

VERBALE DI INTESA TRA LA CITTA’ DI TORINO, LA PREFETTURA DI TORINO E LA DELEGAZIONE PER L’ASSEMBLEA PER LA FUTURA DESTINAZIONE DEGLI SPAZI INDIVIDUATI ALL’INTERNO DEL COMPLESSO IMMOBILIARE DETTO DELLA “EX CAVALLERIZZA REALE”.

 

Premesso che:

Il grande complesso immobiliare sito in Torino, via Verdi 7-9, meglio conosciuta come “ex Cavallerizza Reale”, edificato tra XVII e XIX, riveste eccezionale interesse storico-architettonico, tanto che è stato dichiarato di interesse storico-architettonico particolarmente importante con D.M. del 28/05/1968 ed è iscritto dal dicembre 2007 nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO, come parte del sito seriale delle Residenze Sabaude.

Il 5 aprile 2003 veniva siglato un primo un protocollo di intesa tra il MEF-Agenzia del Demanio, sede centrale e la Città di Torino, che si proponeva la valorizzazione della Cavallerizza attraverso l’inserimento di numerose diverse attività, pubbliche e private.

Il 1 agosto 2005 veniva rilasciata dalla Direzione Regionale del Piemonte l’autorizzazione ad alienare il bene, condizionata al mantenimento della pubblica fruizione e alla destinazione ad attività culturali, espositive e museali, ad attività commerciali e artigianali se compatibili con il decoro monumentale e ad usi ricettivi e residenziali.

Il 21 novembre 2007 il Ministero dell’Economie e delle Finanze disponeva la vendita al Comune di Torino della parte orientale del complesso, in seguito, sempre d’intesa con l’Agenzia del Demanio, la Città approvava un programma di cartolarizzazione, e con atto del 30/12/2010, cedeva tali parti alla CCT s.r.l. – Cartolarizzazione Città di Torino, società a socio unico costituito dalla Città di Torino, ai fini della loro dismissione.

Nel 2014, alcuni gruppi ed associazioni culturali ed artistiche che hanno utilizzato il complesso, al fine di presidiarne la destinazione ad uso pubblico, hanno avviato un processo partecipativo organizzato che, peraltro, si è tradotto in una occupazione di parte del complesso, da allora destinata da alcuni occupanti anche a residenza, in assenza di titolo legittimante.

Nel 2017 Il Consiglio comunale ha approvato la Mozione n. 69/2017, 03094/002, chiedendo di richiedere alle istituzioni sovraordinate regionali, nazionali ed europee i fondi necessari a garantire il reintegro della porzione cartolarizzata della Cavallerizza reale al patrimonio della città.

Tutto ciò premesso, considerato che:

– È interesse di tutte le parti coinvolte che l’utilizzazione del complesso si svolga nel contesto dell’osservanza delle norme di legge, di rapporti condivisi e soprattutto nel quadro di piene garanzie per quanto attiene alla sicurezza e all’incolumità di qualsiasi soggetto che acceda agli spazi.

– Il complesso immobiliare versa in condizioni manutentive particolarmente delicate e necessita di importanti interventi finalizzati innanzitutto alla sua messa in sicurezza e, in una successiva fase, al suo recupero complessivo.

1.

– È interesse delle parti sottoscriventi di favorire un ampio utilizzo pubblico con iniziative aperte ai cittadini e funzioni collettive a favore del pubblico, la cui gestione potrò essere anche ricondotta al concetto di bene comune, come delineato dalle leggi e dal regolamento comunale.

– È in fase avanzata l’iter di approvazione del Regolamento dei beni comuni della Città di Torino, circostanza che consisterà di informare a tale disciplina l’utilizzazione delle parti del complesso destinate ad usi collettivi.

– Sono state attivate iniziative, anche nei confronti del Ministero competente, per il reperimento delle risorse che consentiranno di realizzare, con la massima celerità, i lavori di restauro e di messa in sicurezza sul complesso per una compiuta riqualificazione ed una pubblica fruizione di locali stessi.

– La realizzazione degli interventi di cui al punto precedente, fondamentale a garantire un impiego in sicurezza degli spazi, non potrà avere svolgimento se non al momento in cui il complesso immobiliare risulti completamente libero da persone e cose.

Le parti sottoscriventi, concordando su quanto precede, si impegnano a dare luogo alle seguenti azioni:

LA DELEGAZIONE DELL’ASSEMBLEA, in rappresentanza degli attuali utilizzatori dell’assemblea pubblica, a:

1) Creare, entro e non oltre 10 giorni dalla sottoscrizione, un comitato di scopo – o altra realtà collettiva dotata di soggettività giuridica – rappresentativo della comunità artistica di riferimento interessata alla futura destinazione di una porzione del complesso;

1) attuare la Dichiarazione di uso civico e collettivo urbano elaborata e approvata dall’assemblea Cavallerizza 14.45 a maggio 2018 con un percorso partecipato e pubblico, come da Mozione del Consiglio comunale n. 69/2017, 03094/002, e successivamente consegnata all’Amministrazione comunale;

2) provvedere – nei limiti delle proprie possibilità – di comune accordo a liberare l’intero complesso immobiliare da persone e cose, e più precisamente nel corso della corrente settimana per l’allontanamento delle persone che vi vivono e lavorano ed entro la settimana successiva per il trasferimento dei beni, al fine di consentire la messa in sicurezza degli spazi e l’avvio degli interventi di manutenzione del complesso;

3) consentire la ricollocazione di eventuali beni materiali risultanti dalla liberazione del complesso in spazi idonei messi a disposizione della Città di Torino all’espresso scopo di favorire l’avvio nei tempi più rapidi dei già citati interventi manutentivi.

IL COMUNE DI TORINO a

a) riconoscere l’uso civico e collettivo urbano, come da Mozione del Consiglio comunale n. 69/2017, 03094/002, sulle porzioni di Cavallerizza nella disponibilità della Città di Torino;

b) consentire, nelle more della realizzazione degli interventi di messa in sicurezza e di manutenzione di cui alle premesse, il temporaneo svolgimento delle attività artistiche e la collocazione degli eventuali materiali che hanno trovato riferimento nel complesso in altri spazi adeguati, mediante ricorso a strumenti di assegnazione informati ai regolamenti e procedure proprie della Città di Torino;

b) coinvolgere le assemblee pubbliche il soggetto di cui al punto 1), sulla base e in osservanza delle procedure previste dal Regolamento dei beni comuni della Città di Torino, nelle decisioni relative al complesso della Cavallerizza alla porzione del complesso immobiliare che già in questa sede viene individuata nell’area “Sala delle Guardie”, come indicata nell’allegato A), e dell’uso della relativa porzione di corte, compatibilmente con le esigenze di messa in sicurezza, il medesimo spazio verrà reso disponibile non appena ultimati tali lavori, nell’ottica di assicurare la continuità dell’esperienza artistica e culturale già avviata; gli interventi predetti avranno luogo con la massima celerità, nel rispetto del quadro normativo vigente;

c) rigettare qualsiasi tentativo di privatizzazione anche parziale del complesso, ponendo dei limiti in merito alle destinazioni d’uso degli spazi che devono essere volti ad ospitare esclusivamente aree ad uso espositivo, culturale e relative a servizi pubblici.

incrementare la proprietà pubblica e massimizzare l’utilizzo pubblico delle porzioni monumentali della “ex Cavallerizza Reale”;

d) attivare ogni possibile percorso pubblico per individuare soluzioni abitative a favore delle persone in condizione di disagio, utilizzando gli strumenti delle politiche sociali e abitative della Città di Torino;

e) individuare spazi idonei a garantire la continuità delle manifestazione di particolare rilevanza (ad esempio, “Here”, “Anomalie”, “Agorà”…);

f) favorire, nelle more dei lavori di sistemazione della “Sala delle Guardie”, l’utilizzo temporaneo di spazi di prossimità per lo svolgimento, con cadenza settimanale, dell’attività assembleare, da concordare con il soggetto gestore (CDP).

LA PREFETTURA

Svolgerà costante attività di monitoraggio sullo svolgimento del percorso così concordato attraverso periodiche riunioni con i sottoscrittori del presente verbale, a garanzia di quanto convenuto, al fine di tutelare la pubblica incolumità e di favorire lo sviluppo e la coesione sociale del territorio.

LE PARTI

Si impegnano a costituire di comune accordo un Osservatorio che vigili sull’attuazione del protocollo. La composizione dell’Osservatorio assicura un’adeguata rappresentanza di tutte le anime dell’Assemblea pubblica di Cavallerizza di cui al punto 1). L’organo decide per consenso.

Si impegnano a verificare congiuntamente l’attuazione del presente verbale di intesa entro 7 giorni dalla costituzione del comitato di scopo – o altra realtà collettiva dotata di soggettività giuridica – e dall’Approvazione del Regolamento sui Beni Comuni da parte del Consiglio Comunale.

Dopo la costituzione dell’entità giuridica di cui sopra, potrà essere sottoscritto, entro la medesima data un atto confermativo del presente verbale e, ove necessario, un atto integrativo.

Si impegnano, inoltre, a istituire un tavolo permanente che, con cadenza mensile, verificherà il percorso delineato dal presente verbale.

Torino, 17 novembre 2019

 

L’Unesco contro i Masterplan

COMUNICATO STAMPA 10/11/2019

Quali saranno le sorti della ex Cavallerizza Reale di Torino?

Se lo chiedono in molti in queste ultime settimane. Sui quotidiani si leggono annunci di destinazioni d’uso fantasiose, mentre ancora non è stato presentato l’ultimo Masterplan commissionato da CDP (Cassa Depositi e Prestiti) allo studio delll’arch. Agostino Magnaghi. Dalle indiscrezioni questo progetto non sembrerebbe molto diverso dal precedente (il masterplan commissionato da Compagnia di San Paolo alla società Homers), già bocciato dall’organo tecnico dell’Unesco nel 2017 che, entrato nel merito del progetto – resta sconosciuto chi lo abbia fatto pervenire agli uffici Unesco – aveva ritenuto inopportuna quel tipo di trasformazione, tanto che avrebbe pregiudicato anche l’iscrizione del bene tra i siti Unesco.

La ex Cavallerizza Reale, in questi giorni balzata nuovamente alle cronache a seguito di un incendio (il terzo in cinque anni), sembra essere diventata ora una priorità assoluta per l’Amministrazione pentastellata. La Sindaca, insieme al Prefetto, vorrebbero trattare la questione innanzitutto proponendo un accordo ad un ristretto numero di cittadini, attuali occupanti della Cavallerizza. Il contenuto dell’Accordo/protocollo non è stato, per ora, ancora divulgato.

Eppure, all’ingresso di via Verdi della ex Cavallerizza Reale, lo striscione che da cinque anni accoglie chi entra recita: “LA CAVALLERIZZA E’ PER TUTTI”.

Anche secondo la Mozione n. 69, votata positivamente il 25 settembre 2017 in Consiglio Comunale, si sarebbero dovuti supportare percorsi trasparenti e accessibili, aperti alla Cittadinanza, in modo da coinvolgerela il più possibile. E La Cittadinanza infatti era stata chiamata, all’Assemblea Cavallerizza 14:45, a scrivere insieme un documento di autogoverno, al fine di veder riconosciuto l’Uso Civico e Collettivo Urbano della Cavallerizza Reale. Questo percorso era stato intrapreso molto tempo prima, attraverso innumerevoli dibattiti ed assemblee. Persino un incontro tra la sindaca Appendino e il sindaco di Napoli De Magistris, nel marzo 2018, promosso per ribadire come l’autogestione di beni comuni da parte dei Cittadini sia possibile. Cosa dimostrata anche dalla grande partecipazione, sempre piu ampia, al movimento per i Beni Comuni in Italia e oltre nel mondo. Cittadine e cittadini attivi e attenti all’interesse della collettività, che vince sulla logica del profitto.

Nel merito del “progetto di riqualificazione (conosciuto come “PUR” – Piano Unitario di Riqualificazione)” della ex Cavallerizza Reale. Ancora una volta manca una visione d’insieme che contempli tutta la “Zona di Comando” nella sua complessità, tanto meno l’intenzione di un restauro conservativo del bene. Fra le e osservazioni dell’ICOMOS del 2017, relative al precedente Masterplan, che avevano già sollevato dubbi sulle modalità di valorizzazione proposte, si può leggere: “[…] il 79% della superficie totale – sono destinati a funzioni che limitano sostanzialmente l’uso pubblico e ricreativo. Mentre nel documento si afferma che il piano terra sarà destinato ad uso pubblico, i prospetti delle funzioni e dell’accessibilità riportano che anche nei cortili l’accesso pubblico potrebbe essere limitato o impedito in particolari situazioni non specificate”. E ancora: “[…] Tuttavia ICOMOS osserva che considerando il ruolo specifico della Zona di Comando – fulcro del potere Savoia – all’interno della serie di proprietà , ICOMOS suggerisce che il programma di riqualifica necessiti di essere focalizzato sulle dimensioni storiche e culturali del complesso – da prendere nella dovuta considerazione- che vanno oltre le caratteristiche tangibili architettoniche ed artistiche, includendo aspetti intangibili, i.e. il ruolo e le funzioni rappresentate da questo complesso nella politica di sviluppo di potenza dei Duchi di Savoia, il dato di fatto che sia rimasta di proprietà statale fino a poco tempo fa..”

Ben diverse sembrano invece oggi le intenzioni dell’Amministrazione e di CDP sul futuro dell’immobile. Il perché probabilmente lo spiega un articolo di 9/11/2019 del Corriere della Sera “[…] I prestiti sono scaduti nel 2015 e Cct per i debiti non è riuscita ad approvare i suoi bilanci 2016, 2017 e 2018. Uno stallo finito nel luglio 2019 quando il Comune li ha sbloccati prendendosi un impegno preciso. «Il 10 e 18 aprile 2019 la Città ha incontrato le banche finanziatrici e ha concordato un piano dettagliato di dismissione degli asset cartolarizzati per il recupero almeno parziale dei finanziamenti erogati», si legge nel bilancio di Cct. Il Comune ha assicurato di vendere una parte delle proprietà in pancia della società entro il 31 dicembre 2020. Promettendo alle banche, specificamente per i lotti delle ex Cavallerizza Reale e dell’ex Zecca, l’istituzione di un «tavolo tecnico congiunto», anche con la partecipazione di Cdp per stabilire «congiuntamente» le destinazioni d’uso dell’intero complesso e stabilendo le modalità di valorizzazione. Insomma, ben prima del rogo delle Pagliere la sindaca Appendino ha promesso alle banche di vendere il complesso dell’Unesco in via Verdi. Per questo motivo l’approvazione del Pur è irrinunciabile.”

Come cittadine e cittadini attivi dell’Associazone Salviamo Cavallerizza, chiediamo che:

– le osservazioni nell’ICOMOS vengano prese in considerazione (qui la lettera dell’Icomos in italiano e inglese);

– la ex Cavallerizza Reale non venga fatta oggetto di  uno spezzatino scollegato dalla storia del luogo e della Città ma VENGA TUTELATA NELLA SUA UNITARIETÀ.

Associazione Salviamo Cavallerizza

 

 

 

 

ANCORA UN PROTOCOLLO TRA AMMINISTRAZIONE E CDP PER LA EX CAVALLERIZZA REALE

Ancora un nuovo Protocollo di intesa tra Amministrazione e CDP per un altro Progetto Unitario di Valorizzazione per la Cavallerizza Reale.

Come per il precedente Masterplan, anche questo ripropone un’idea di valorizzazione esclusivamente economica che – da un lato – risponde alle esigenze di cassa del Comune, CDP e CCT, e – dall’altro – alle logiche del mercato volte a rendere il Patrimonio Pubblico appetibile ad investitori privati.

Sembra non aver sortito nessun effetto il monito dell’Unesco che ricordava come la ex-Cavallerizza Reale sia parte integrante della cosiddetta “Zona di Comando” e che questo unicum architettonico deve essere preservato nella sua interezza: in quanto indivisibile dal punto di vista della tutela e della conservazione per le generazioni future.

L’associazione Salviamo Cavallerizza crede in un modello di valorizzazione differente: basato sulla tutela del bene e sulla promozione della cultura, sulla massima accessibilità e sulla partecipazione attiva della cittadinanza.

A seguito della presentazione del Progetto Unitario di Riqualificazione e preso conoscenza del suo processo di elaborazione non possiamo fare altro che denunciare quanto segue:

1) Il Progetto Unitario di Riqualificazione non è altro che l’ennesimo progetto calato dall’alto. Del percorso partecipativo, delle modalità di coinvolgimento della cittadinanza e della sua espressione, non si ha più alcuna traccia.

2) Dimenticati gli impegni elettorali – ricordiamo che il primo punto del programma sull’urbanistica presentato in campagna elettorale da questa amministrazione prevedeva la completa de-cartolarizzazione della ex-Cavallerizza Reale e la sua restituzione alla cittadinanza come distretto a vocazione culturale – dal documento emerge chiaramente la natura funzionale e di servizio del complesso all’attuale Sistema Finanziario della Città di Torino. Le funzioni suggerite e le possibili destinazioni d’uso rivelano il chiaro intento speculativo attribuendo agli spazi un utilizzo prevalentemente residenziale – seppur nelle forme di residenze per studenti e social housing – e terziario.
Dall’analisi puntuale emerge come solo una minima parte (la Galleria Espositiva e La Cavallerizza Alfieriana) assolverebbe a funzioni propriamente culturali.

3) Il modello falsamente pubblicista riduce, di fatto, alla semplice fruizione da parte del pubblico l’uso di alcuni, minoritari, spazi del complesso. Dato l’intento di mercificazione del complesso e la conseguente lottizzazione e vendita a privati, la maggior parte degli spazi risulterà di fatto solo fruibile con tempi e modi differenti a seconda delle attività insediate. Si tratta evidentemente di un modello di accessibilità chiuso, che mette a disposizione – a pagamento – gli spazi e che risponde a logiche del mercato e a fini prettamente economici e di profitto.

4) La lottizzazione prevista, per rendere appetibile l’investimento da parte di privati va contro e infrange l’idea di unitarietà del complesso che dovrebbe essere, invece, garantita e tutelata insieme al valore architettonico storico e culturale del bene. Anche il modello previsto non realizza una forma di gestione condivisa che garantisca l’integrità di visione. Tali presupposti, oltretutto, non escludono la possibilità di realizzare parcheggi e zone di sosta per le auto nel complesso Patrimonio dell’UNESCO

24/10/2019

 

GIU’ LE MANI DAI BENI COMUNI il 19/10 tutti in P.za Palazzo di Città

Coordinamento Beni Comuni Torino
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GIÙ LE MANI DAI BENI COMUNI

Il Coordinamento Beni Comuni Torino invita tutte e tutti in piazza Palazzo di Città sabato 19 ottobre dalle 15,30 per incontrarsi e iniziare a condividere con parole, cartelli, striscioni, immagini e qualunque altro mezzo di comunicazione opinioni, informazioni, proposte, desideri e altro ancora sulla condizione dei beni comuni cittadini.

Il Comune di Torino ha deciso di regolamentare i beni comuni pensando che siano solo una questione di immobili di sua proprietà da fare gestire ad altri, siano essi cittadini con cui stipulare un contratto o fondazioni a cui regalarli facendoli diventare privati. Il tutto in modo burocratico e senza la preventiva partecipazione delle persone alle scelte da compiere.

Noi riteniamo che si tratti invece non solo di immobili ma anche di verde e spazio pubblico, di ambiente, di acqua, di patrimonio artistico e culturale: ai quali si deve poter accedere senza esclusioni per soddisfare i bisogni essenziali e più importanti.

I BENI NON SONO COMUNI SE LA LORO GESTIONE NON E’ PARTECIPATIVA, SE MANCA IL PREVENTIVO AMPIO COINVOLGIMENTO DI TUTTI NELLE DECISIONI DA PRENDERE PER REGOLAMENTARLI. E’ il contrario di quanto ha fatto la Giunta comunale: nelle segrete stanze, con qualche amic* addett* ai lavori, ha approvato un nuovo ‘Regolamento dei beni pubblici’ – spacciati per Beni Comuni – confuso e dannoso, che apre la strada alla privatizzazione del patrimonio della Città.

Per questo motivo il Coordinamento Beni Comuni Torino chiede che la LA DELIBERA DI APPROVAZIONE DEL NUOVO REGOLAMENTO VENGA REVOCATA e sia quindi avviato in Città a questo riguardo un ampio percorso di discussione e confronto.

COORDINAMENTO BENI COMUNI TORINO

CCOMUNICATO CONGIUNTO L’USO CIVICO NON E’ UN “NEGOZIO”

COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO 17/7/2019
L’uso civico non è un “negozio”

Il discorso dei beni comuni è cruciale per garantire alle generazioni presenti e future non solo la tutela e conservazione di beni naturali e immobili funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali, ma anche la possibilità che intorno la cura e condivisione di questi beni si generino legami, solidarietà e comunità aperte ed eterogenee. I beni comuni sono produttori di comunità, e come tali vanno sottratti alla mercificazione e alla logica della valorizzazione intesa come profitto semplicemente monetario.

Il lavoro che a Torino, come in tante altre città, movimenti sociali, associazioni, abitanti del territorio fanno quotidianamente per sottrarre al degrado dell’abbandono e alla speculazione del cemento beni sottoutilizzati e abbandonati è il vero motore di qualunque discorso voglia essere seriamente interessato a parlare di beni comuni.

Abbiamo seguito un dialogo tra i cittadini e tra questi e l’Amministrazione, che si era mostrata interessata a svolgere su questo piano un ruolo di protagonista avanzato del dibattito nazionale.

Oggi però, siamo preoccupati della proposta di Regolamento sui beni comuni del Comune di Torino, su cui chiediamo l’apertura di un dibattito pubblico, perché finora chi ci ha lavorato ci ha negato la possibilità di studiare e partecipare alla sua scrittura, malgrado il nostro sostegno anche amministrativo alla battaglia che ha svolto in questi anni diverse realtà nella città di Torino.

Abbiamo già fatto pervenire, grazie anche al sostegno di alcuni attivisti e studiosi napoletani, alcune criticità, che in parte (almeno) sono state recepite in corner prima dell’approvazione in Giunta. Ciò però ancora non è sufficiente.

L’impianto prevede 4 ipotesi, e su tutte si deve intervenire in Consiglio comunale prima che sia troppo tardi e passi una idea privatista dei beni comuni che non corrisponde all’uso diffuso e collettivo che li caratterizza.

Art. 15 (Uso civico e collettivo urbano) prevede la trasformazione dell’uso civico in un “negozio civico” stipulato tra il comune e un soggetto giuridico delegato da una comunità di riferimento. L’individuazione dei referenti turnari compromette l’orizzontalità dei processi decisionali. Piuttosto, si dovrebbe riconoscere la realtà dei processi di autogestione aperta, individuando degli organi di autogoverno aperti e assembleari come titolari dei processi decisionali. Questa è l’unica risposta possibile contro chi vuole attaccare le gestioni comunitarie con il pretesto delle garanzie procedurali: dove – al contrario – c’è un negozio con dei referenti, la città sarà sempre chiamata a spiegare perché si è negoziato con qualcuno e non con qualcun altro.

Inoltre, deve essere chiarito che la responsabilità della comunità di riferimento non può essere equiparata a quella di custodi, o meglio non può rappresentare un facile meccanismo di deresponsabilizzazione del pubblico da alcuni oneri manutentivi e di tutela del patrimonio.

Non si può, con la scusa della sussidiarietà orizzontale, aggravare di oneri i cittadini che svolgono un’attività organizzativa gratuita al servizio della cittadinanza tutta.

Un grave errore, che falsa la realtà del processo, affermare che l’iniziativa è assunta dalla città, cioè dall’amministrazione comunale. Questa visione è il contrario del discorso dei beni comuni, che vede nella spontanea e generosa iniziativa degli abitanti del territorio (chiamati con una formula che andrebbe superata cittadini attivi o soggetti civici). La comunità di riferimento, che scrive la Carta a partire dalle proprie prassi d’uso, non nasce dal nulla, ma è una sperimentazione che l’atto dell’amministrazione riconosce. E allora bisognerebbe riconoscerla, anziché invisibilizzarla dietro l’iniziativa della città.

Ultimo passaggio distorsivo è quello di far approvare la carta di autogoverno dal consiglio comunale. La competenza regolamentare è del Consiglio, ma è già assolta con l’approvazione del presente regolamento. La carta, o meglio la dichiarazione di uso, non necessita un simile aggravio. Invece, andrebbe specificato che la ‘ratifica’ non si riferisce soltanto alla Carta così com’è, cristallizzata al momento del riconoscimento: al contrario, il regolamento deve prevedere che la comunità di riferimento abbia la possibilità di modificare le proprie regole di autogoverno, con un processo assembleare rafforzato e garantito da forme adeguate di pubblicità al fine di favorire la più ampia partecipazione alle scelte della comunità.

L’Articolo 16 – Gestione collettiva civica, è una superfetazione difficilmente comprensibile dell’uso civico. L’unica differenza sostanziale è nel potere di iniziativa, che qui viene ascritto alla comunità di riferimento (come in realtà accade sempre, invece, per l’uso civico e collettivo urbano, come elaborato nei fatti, prima che in un regolamento). Però questo non pone rimedio alle altre criticità sopra evidenziate. Anzi, prevede una ipotesi incoerente come la seguente: “La comunità di riferimento individua, secondo metodo democratico, il soggetto delegato alla stipula del negozio civico.” Una simile delega è un controsenso rispetto alla prassi di simili gestioni collettive, e non fa altro che contribuire alle accuse di mancanza di trasparenza ed imparzialità: chi sarebbero questi referenti se non dei prestanome? E che rapporto di responsabilità (solidale, con beneficio di escussione) con i “deleganti” informali?

Un ruolo di interlocuzione permanente, ove ritenuto rilevante, può avvenire semmai con organi di autogoverno specifici (un comitato dei garanti, un tavolo di lavoro et similia) ma non con soggetti individuati, cosa che porrebbe anche altri problemi di scelta, accountability ed eventuali procedure di sostituzione/integrazione di cui non v’è traccia e che renderebbero iperburocratico il processo.

A nostro avviso, si dovrebbero unire le due ipotesi riconoscendo ai cittadini il compito di scrivere, in procedure pubbliche e partecipate anche con il tavolo tecnico, una carta di autogoverno riconosciuta alla città, piuttosto che un “negozio”.

Le regole della partecipazione devono derivare dall’uso, e quindi si dovrebbe prevedere che la gestione dello spazio – in quanto aperta e includente, non offensiva e produttiva di redditività civica – è autorizzata per il tempo necessario a maturare le pratiche d’uso dello spazio stesso e quindi scrivere le Dichiarazioni. E non rappresentiamo un’esigenza soltanto nostra, bensì uno spunto emerso a livello nazionale dalle realtà della rete dei beni comuni emergenti.

Invece, il “negozio civico” – già solo nelle definizioni – deve essere riferito solo alla forma dei patti di collaborazione o alla fondazione beni comuni (art. 17).

Art. 17 Fondazione bene comune
Tutto questo, con maldestra evidenza, è per favorire l’ipotesi di trasferimento del bene a un modello di fondazione di partecipazione di diritto privato, chiamata “fondazione bene comune”. È un’ipotesi che trattiamo con rispetto e per questo non ci si può limitare a discuterne in un comunicato – siamo convinti che tante strade siano possibili – ma si deve avvertire che essa non ha nulla a che fare con l’esperimento del Teatro Valle, cui forse pure si vorrebbe richiamare. Il patrimonio della fondazione infatti non sarebbe autonomo, ma il bene immobile stesso qualificato come bene comune; di conseguenza emergerebbero sia un problema di liquidità per la manutenzione di un patrimonio – che a quel punto andrebbe solo affittato e messo a reddito monetario per finanziare le spese correnti – sia il problema della cancellazione dell’autonomia della comunità di riferimento nella gestione.
Rileviamo che tra le bozze del regolamento sia stato cancellato un punto determinante, di cui non si può fare a meno: come sarà composto e chi farà parte del CDA di tale fondazione? Si rinvia su questo delicatissimo aspetto ai singoli Statuti, aprendo un margine di discrezionalità esorbitante e rischioso, ma in realtà si nasconde una ipotesi che era stata già decisa e scritta nelle precedenti versioni, e che evidentemente per ragioni poco chiare si è deciso in questa fase di occultare: gli organi di governo dovrebbero veder rappresentati in modo paritetico “i fondatori, la comunità di riferimento ed esponenti del tessuto sociale in cui la fondazione opera”. In questo modo ci sarebbe un consiglio di amministrazione in cui siederebbero delegati degli enti locali (i fondatori), dei grandi stakeholder e potentati economici come Fondazioni bancarie, Teatri nazionali, cioè gli “esponenti del tessuto sociale della città” e solo infine, con un ruolo a quel punto meramente di tribuna, i delegati della comunità di riferimento, ledendo sia l’autonomia sia l’orizzontalità. Nulla a che fare con l’esperienza del Teatro Valle, quanto piuttosto la riedizione di una pessima proposta che venne fatta durante il momento drammatico dello sgombero in un tavolo parallelo.

Chiediamo un chiarimento sui componenti del CDA, sulle garanzie di inalienabilità del bene, su cosa accadrebbe quando un patrimonio costituito interamente dal bene immobile (come ipotizzato dai promotori), fosse incapace di affrontare qualunque spesa corrente, rischiando così di far fallire la fondazione, con grande gioia di potenziali acquirenti e speculatori.

Giuria civica. Un altro articolo modificato all’ultimo, che fortunatamente corregge la proposta iniziale. Ciò malgrado conserva una forte ambiguità. Che senso ha sdoppiare una giuria degli esperti e dei cittadini? Una simile visione tecnocratica collide con il tentativo di superare una simile dicotomia, aprendo e riconoscendo come esperti ANCHE coloro che sono espressione di una conoscenza pratica, che viene dall’associazionismo e da altre esperienze di base.
Ma cos’è in fondo un albo dei cittadini? C’è necessità di un albo per riconoscere i cittadini, o si vogliono configurare dei cittadini di serie A? E che ne è dei non cittadini, che avrebbero uguale, se non maggiore, titolo a dire la propria sulla tutela dei beni comuni?
Se invece si vuol fare appello al cittadino qualunque, quello che non ha mai partecipato a nessuna forma di esperienza sociale, ci troviamo di fronte ad un pericoloso qualunquismo, la pretesa di riconoscere una differenza morale a chi non ha mai fatto parte di esperienze collettive, che in realtà nasconde la porta agli avversari politici o a portatori di interessi privati ostili all’intero discorso dei beni comuni. Una specie di tribunale che fu aspramente criticato dallo stesso Rodotà e fu una delle ragioni di rottura dell’esperienza della seconda Commissione.

Ancora è possibile intervenire per migliorare quanto scritto ed evitare che diventi l’ennesima frattura, questa volta insanabile, tra realtà sociali di base e un piano istituzionale che deve scegliere se stare dalla parte di chi non ha parte o di chi vorrà strumentalizzare anche il discorso dei beni comuni

Torino, 16 luglio 2019

Associazione Salviamo Cavallerizza
Cavallerizza Irreale
L’Asilo Filangieri (Napoli)
Associazione Pro Natura
Associazione Salviamo il Paesaggio

questo il testo di Italia Nostra – Torino

Osservazioni di Italia Nostra-Torino su proposta di
nuovo Regolamento dei Beni Comuni

In rapporto alla bozza di nuovo Regolamento dei Beni Comuni redatto dal Comune di Torino, condividiamo in parte le osservazioni espresse dalle Entità e Associazioni…….
In particolare, condividiamo il rilievo sulla apparente indefinitezza delle rispettive responsabilità dell’amministrazione pubblica e della entità di cittadini, comunque denominata, cui il bene fosse affidato.
Così pure condividiamo l’osservazione sulla assente definizione delle conseguenze di una sopravvenuta impossibilità finanziaria od organizzativa a gestire il bene secondo le finalità inizialmente o successivamente concordate fra i promotori e il Comune.
Per parte nostra osserviamo che nel pur abbondante elenco di obiettivi e caratteristiche di un “Bene comune” non vengano chiarite le possibili declinazioni della formazione delle decisioni, se attraverso assemblee a partecipazione più o meno regolamentata o attraverso deleghe a organi esecutivi, né come avvenga il controllo da parte del Comune da un lato, e dall’insieme della cittadinanza, sull’effettiva ottemperanza agli obiettivi e ai metodi concordati col patto iniziale o con successive modifiche bilaterali.
Al riguardo osserviamo che dell’organo di controllo indicato, la “Giuria dei Beni Comuni”, non viene specificato il grado di cogenza delle decisioni, cioè se abbia chiara valenza gerarchica, e inoltre con la formulazione “chiunque intenda tutelare un bene comune può rivolgersi alla Giuria….” sembra apparire una funzione importante, prima non citata nel testo, di concorso all’instaurarsi del “negozio civico”, come se appunto l’individuo o il gruppo promotore potessero rivolgersi direttamente al Comune oppure a questa Giuria.
Altre nostre osservazioni potranno seguire quando avremo modo di esaminare più a fondo il testo.
In ogni caso ci associamo all’invito delle soprascritte entità e associazioni di sottoporre il testo a ulteriore approfondita verifica.

21-22 giugno incontro beni comuni a Casa Bettola

Siamo lieti di contribuire alla diffuzione di questa iniziativa di Casa Bettola a Reggio Emilia.

Incontro nazionale beni comuni emergenti a uso civico. 21 e 22 giugno a Reggio Emilia

Quest’anno Casa Bettola compie i suoi primi dieci anni di autogestione.

Vogliamo cogliere l’occasione per creare un momento di incontro a Reggio Emilia tra il 21 e il 22 giugno in cui continuare il percorso avviato negli ultimi anni per il riconoscimento dei beni comuni emergenti a uso civico, che ha avuto nell’assemblea di Napoli del 17 febbraio scorso un primo importante momento di sintesi collettiva.

Un appuntamento per mettere al centro della discussione alcuni temi che in questi anni sono emersi nelle sperimentazioni sui territori e nei confronti tra tante esperienze diverse di tutto il paese.

Come suggerisce il titolo vuole essere un’occasione per ribaltare un modello di sviluppo usa e getta, partendo dalla riappropriazione di spazi abbandonati come strategia per ri-usare l’esistente e pro-gettare un’altra idea di città e di territorio.

PROGRAMMA

13/6/2019 presentazione del libro ” La Cavallerizza. Stato di conservazione e proposta di manutenzione straordinaria”

Siamo lieti di invitarvi giovedì 13/6/2019 dalle ore 16.30 alle 18.00 presso la sala conferenze dell’Archivio di Stato di Torino ingresso piazzetta Mollino,  alla presentazione del libro dei proff. Giovanni Brino e Giovanni Maria Lupo presenteranno il loro libro” La Cavallerizza. Stato di conservazione e proposta di manutenzione straordinaria”.
Un’occasione per ripensare al futuro della Cavallerizza Reale in un’ottica di restauro conservativo rispettoso della tutela del bene architettonico e ad un anno di
distanza dalla dichiarazione di uso civico e collettivo urbano presentata dall’Assemblea Cavallerizza 14:45
Vi aspettiamo.

23/5/2014 – 23/5/2019 5 ANNI DI LOTTA

5 Anni di lotta, per liberare dal degrado la Cavallerizza Reale di Torino, due anni per definire un regolamento di uso civico e per consentire a tutt* di accedere a un bene comune patrimonio Unesco. Ma oggi cosa è rimasto di quella lotta? L’Associazione Salviamo Cavallerizza lotta ancora affinchè questo bene sia restituito alla cittadinanza tutta.
#CavallerizzaReale
#benecomune
#usocivico

26 maggio 2019 visita guidata alla Cavallerizza Reale

Domenica 26 maggio 2019 riprendono le visite guidate alla Cavallerizza Reale.

ritrovo interno cortile ore 10.30

Torino, Via Verdi 9 ingresso Cavallerizza Reale
a cura di
Arch. Anna Gilibert
Prof. Arch. Giovanni Lupo

IN CASO DI PIOGGIA L’EVENTO NO SI TERRA’.

La visita (gratuita e senza prenotazione) intende raccontare come la città sabauda nota oggi sia il frutto di un laborioso sovrapporsi di progetti, molti completati, altri interrotti a causa degli avvenimenti politici in cui il ducato e poi regno si è trovato coinvolto.

L’aspetto assolutamente stupefacente è che oggi abbiamo una stratificazione che va dalla fine del ‘600 sino agli anni centrali dell’800 fatta di palazzi (in parte esistenti, altri scomparsi), luoghi di governo (le segreterie di Stato), di archiviazione (l’archivio juvarriano), di teatro (il Regio), di altaeducazione (l’Accademia Militare), sino alla scuola
di equitazione (la Cavallerizza) ed alla zecca sabauda.

Lungo questo asse è anche collocata l’Università settecentesca, antico polo culturale con la biblioteca (nucleo originario della Biblioteca Nazionale di Torino) e le collezioni archeologiche sabaude aperte al pubblico (nucleo originario del Museo Nazionale di Antichità di Torino).

In Europa è forse il centro di comando dell’età ll’Assolutismo meglio conservato al centro di una città. Fa parte del sistema seriale delle residenze sabaude dichiarate nel 1997 sito UNESCO.

Spesso i torinesi non ricordano tutte queste strutture in modo unitario. La visita le ripercorre, partendo dalla Cavallerizza Reale, dove sarà dedicato un approfondimento particolare al maneggio di Benedetto Alfieri, al complesso delle strutture della Cavallerizza ed ai Giardini Reali Alti, un’area verde nel
cuore di Torino eccezionalmente conservata dall’età barocca.