Vogliamo una Cavallerizza pubblica nella proprietà e nelle funzioni

COMUNICATO STAMPA 4/2/2020

Da alcuni giorni ritroviamo sui giornali proposte ed accorati appelli per ottenere la disponibilità degli spazi della ex Cavallerizza Reale da parte di soggetti diversi. Come in una spirale senza fine, si tratta dei soliti attori: Università, Polo delle Arti Torino Piemonte (ovvero Accademia Albertina di Belle Arti e Conservatorio Statale di Musica “Giuseppe Verdi”) e, naturalmente, la Compagnia di San Paolo (che vorrebbe trasferire, proprio nel complesso monumentale, i suoi uffici).
Quelle che furono le scuderie reali, verrebbero trasformate in foresteria a disposizione dei “padroni della città”. Coloro che, grazie alle risorse a loro disposizione, decidono il bello e il brutto tempo di una Torino piegata sotto al peso del suo debito ed obbligata nei confronti della volontà dei creditori.
E così le promesse elettorali di far rientrare la Cavallerizza Reale nel patrimonio della Città – della forza politica che ha la maggioranza assoluta in Consiglio Comunale – sono evaporate, sparite nel nulla e nell’indifferenza generale. Tranne di coloro che, ormai da anni, continuano a chiedere con forza che la Cavallerizza torni pubblica. Ma che sia chiaro: pubblica non significa “che assolva a funzioni pubbliche”. Questo gioco di parole, apparentemente complementari, nasconde in realtà una differenza sostanziale. Pubblica, come spiega Paolo Maddalena, significa proprietà collettiva demaniale, cioè proprietà del popolo. Quindi sia la proprietà sia le destinazioni d’uso non possono essere separati perché la proprietà determina la destinazione.
Il 31 dicembre scorso è stato presentato ed approvato il nuovo Piano Unitario di Riqualificazione (PUR). Lavoro, affidato allo studio A.I ed all’architetto A. Magnaghi, che ancora una volta non prende in considerazione le indicazioni arrivate dall’Unesco già nel 2017. Il piano riesce invece a fare peggio del precedente Masterplan (commissionato da Compagnia di San Paolo alla società Homers) destinando solo il 14% del complesso alla disponibilità pubblica. Tutto il resto, in mano ai privati.
Eppure l’Amministrazione, con la Mozione n. 69, in settembre 2017aveva chiesto ad Assemblea Cavallerizza 14:45 di predisporre una carta di autogoverno, al fine di veder riconosciuto l’Uso Civico e Collettivo Urbano per la Cavallerizza Reale. Uno strumento di autonormazione civica – il cui riconoscimento è richiesto e atteso da molti spazi sociali autogestiti in tutto il territorio nazionale- che consentirebbe ad una ampia comunità di riferimento (potenzialmente, tutto il Popolo) di rendere accessibile, attraversabile e utilizzabile un Bene Comune (nel caso torinese, patrimonio dell’Umanità) governato in autonomia secondo i principi di democraticità, antifascismo, antissessimo, antirazzismo.
Come abbiamo già avuto modo di approfondire nel comunicato stampa dell’11 novembre scorso, nel PUR mancano, ancora una volta,una visione unitaria che contempli tutta la “Zona di Comando” nella sua complessità e l’intenzione di effettuare un restauro conservativo del bene.
Anche l’ICOMOS, nel 2017, aveva sollevato dubbi sulle proposte e modalità di valorizzazione della Cavallerizza, osservando come- visto il ruolo specifico della Zona di Comando, fulcro del potere Savoia – il programma di riqualificazione necessiti di essere focalizzato sulle dimensioni storiche e culturali del complesso, non limitandosi alle caratteristiche tangibili architettoniche ed artistiche, ma includendo aspetti intangibili (i.e. il ruolo e le funzioni rappresentate da questo complesso nella politica di sviluppo di potenza dei Duchi di Savoia; il dato di fatto che sia rimasta di proprietà statale fino a poco tempo fa…)
Non sembra che le azioni di questa Amministrazione abbiano minimamente tenuto in
considerazione tali osservazioni e neppure quelle di chi chiede che il bene venga decartolarizzato e rimesso saldamente in mano pubblica, coinvolgendo la Cittadinanza tutta nella discussione sulle destinazioni d’uso.
Ci chiediamo inoltre a cosa sia servito obbligare gli ultimi occupanti a costituirsi in un comitato di scopo quando le intenzioni – che emergono dagli articoli di stampa – non sembrano essere quelle di far rientrare gli occupanti nello spazio per proseguire le attività che in 5 anni hanno fatto rivivere la Cavallerizza, rendendola attraversabile e fruibile da tutte, tutti e tutto.
La Cavallerizza deve tornare di proprietà pubblica. Si può fare.
L’Amministrazione, prima di tutto:
  • chieda al Mibact l’annullamento del decreto di alienazione, peccato originale di tutti i mali che ne ha consentito la vendita ai privati;

 

 

  • favorisca processi di autogovernance del bene comune mediate l’applicazione della dichiarazione di uso civico e collettivo urbano che la cittadinanza ha già elaborato e consegnato all’Amministarzione cittadina a maggio 2018.

 

Non accettiamo che le scelte dell’amministrazione comunale su qualunque Bene Comune siano indirizzate o addirittura dettate da soggetti che, forti delle loro risorse, si elevano al di sopra della Cittadinanza.
Questa Città merita di più. Merita quel cambiamento annunciato in campagna elettorale che non è ancora non si è visto.
Associazione Salviamo Cavallerizza

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