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Chi siamo? Cavallerizza 14:45 è un assemblea, un luogo d’incontro in cui abitanti di Torino, lavoratrici e lavoratori dello spettacolo e della cultura, studenti e associazioni hanno deciso di cercare forme di organizzazione dal basso per tutelare uno dei beni comuni di questa città, la Cavallerizza Reale. Scriveteci anche a AssemleaCavallerizza1445 /AT/ gmail.com Perché vogliamo far vivere la Cavallerizza Reale? La Cavallerizza è un bene pubblico, vogliamo che resti tale, accessibile a tutti, utile per la città e per chi la abita. La riflessione sul suo incerto destino ci interessa, ci riguarda e ha fatto nascere in noi il desiderio di immaginare dal basso un futuro diverso dall'abbandono, dalla svendita, dalla privatizzazione. Non vogliamo diventi un albergo, un condominio di lusso, un parcheggio, o una qualunque altra posto di cui non abbiamo bisogno e in cui non possiamo entrare perchè destinato a pochi. Pensiamo la Cavallerizza come un laboratorio, un luogo fisico e mentale per riappropriarsi di una partecipazione attiva collettiva e dal basso alla vita della città. Immaginare insieme come abitare un luogo, questo luogo, e come dargli nuova vita è un modo alternativo di pensare all'importanza di un bene comune, di un bene culturale, ad una riappropriazione condivisa e creativa degli spazi cittadini. L'orologio della Cavallerizza è fermo alle 14.45. Facciamolo ripartire insieme. #ChiamataAlleArti - Cavallerizza needs you to care! Cavallerizza ha bisogno dell’impegno di tutti e tutte, per cui se vuoi supportare la causa con una canzone, un laboratorio, una perfomance, un urlo, scrivici o vieni alle riunioni del mercoledì. Proponici le tue idee, e crea con noi le prossime iniziative!

GIU’ LE MANI DAI BENI COMUNI il 19/10 tutti in P.za Palazzo di Città

Coordinamento Beni Comuni Torino
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GIÙ LE MANI DAI BENI COMUNI

Il Coordinamento Beni Comuni Torino invita tutte e tutti in piazza Palazzo di Città sabato 19 ottobre dalle 15,30 per incontrarsi e iniziare a condividere con parole, cartelli, striscioni, immagini e qualunque altro mezzo di comunicazione opinioni, informazioni, proposte, desideri e altro ancora sulla condizione dei beni comuni cittadini.

Il Comune di Torino ha deciso di regolamentare i beni comuni pensando che siano solo una questione di immobili di sua proprietà da fare gestire ad altri, siano essi cittadini con cui stipulare un contratto o fondazioni a cui regalarli facendoli diventare privati. Il tutto in modo burocratico e senza la preventiva partecipazione delle persone alle scelte da compiere.

Noi riteniamo che si tratti invece non solo di immobili ma anche di verde e spazio pubblico, di ambiente, di acqua, di patrimonio artistico e culturale: ai quali si deve poter accedere senza esclusioni per soddisfare i bisogni essenziali e più importanti.

I BENI NON SONO COMUNI SE LA LORO GESTIONE NON E’ PARTECIPATIVA, SE MANCA IL PREVENTIVO AMPIO COINVOLGIMENTO DI TUTTI NELLE DECISIONI DA PRENDERE PER REGOLAMENTARLI. E’ il contrario di quanto ha fatto la Giunta comunale: nelle segrete stanze, con qualche amic* addett* ai lavori, ha approvato un nuovo ‘Regolamento dei beni pubblici’ – spacciati per Beni Comuni – confuso e dannoso, che apre la strada alla privatizzazione del patrimonio della Città.

Per questo motivo il Coordinamento Beni Comuni Torino chiede che la LA DELIBERA DI APPROVAZIONE DEL NUOVO REGOLAMENTO VENGA REVOCATA e sia quindi avviato in Città a questo riguardo un ampio percorso di discussione e confronto.

COORDINAMENTO BENI COMUNI TORINO

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COSTITUZIONE COORDINAMENTO BENI COMUNI TORINO

COSTITUZIONE DEL COORDINAMENTO BENI COMUNI TORINO E CONSIDERAZIONI SUL NUOVO REGOLAMENTO COMUNALE DEI BENI COMUNI
Lunedì 30 settembre 2019 si sono riuniti in assemblea cittadine e cittadini singoli o facenti parte di comitati, associazioni, gruppi e realtà sociali torinesi interessati e attivi nella difesa e nello sviluppo dei beni comuni. Scopo dell’incontro è stato fare il punto sulle attività in svolgimento e sulla situazione cittadina nel suo complesso, con riferimento anche alle iniziative messe in campo dall’amministrazione comunale che incidono sulla possibilità di mantenere e creare in città spazi di partecipazione legati all’esistenza di beni comuni.
I presenti hanno sottolineato come, nonostante la diversità delle tipologie che possono avere, i beni comuni devono avere tutti eguale considerazione ed essere soprattutto oggetto di confronto pubblico e attenzione sia da parte dei cittadini che delle istituzioni.
A partire da ciò è stato ritenuto inadeguato e inopportuno il percorso puramente politico – amministrativo intrapreso negli ultimi mesi dal Comune di Torino, che con una decisione della Giunta, senza nessun preventivo confronto con i cittadini e le realtà che si occupano di beni comuni, ha approvato la revisione del Regolamento dei Beni Comuni: un controsenso, trattandosi di una materia basata invece sulla trasparenza e sull’inclusione della cittadinanza.
Come conseguenza di questo approccio, ad una attenta analisi del testo approvato dalla Giunta comunale la partecipazione dei cittadini risulta troppo burocratizzata e i criteri economici introdotti uccidono la possibilità di proteggere e far crescere circuiti di dono, mutualismo e scambio: i beni comuni non sono locali commerciali, è tanto difficile capirlo?
Il regolamento inoltre parla unicamente di beni comuni urbani, che sono solo un tassello, certamente importante ma parziale, dell’intero discorso che mobilita ogni giorno nella difesa e cura di tutti i beni comuni, dall’acqua al verde pubblico, all’ambiente, ai parchi e alle risorse naturali, che sono per noi diritti fondamentali, politici e sociali.
Siamo consapevoli che questo sia stato concepito come un regolamento il quale riguarda solo un certo tipo di beni comuni: ma perché non inserire anche anche le altre tipologie almeno nelle definizioni, che invece appaiono scarne e lontane dalle ipotesi più avanzate? Perché non cogliere l’occasione per ribadire in atti concreti quello che, a parole, sovente troppe, ad oggi è solo invece una eterea affermazione di principio, cioè che l’acqua è un bene comune?
E sempre come conseguenza di un percorso non partecipato nella sua progettazione, nel Regolamento manca coerenza circa la previsione di un elemento qualificante dei beni comuni: la gestione partecipativa.
Il potere di gestione diretta e l’uso plurale condiviso da diversi soggetti è previsto solo per alcuni strumenti di gestione dei beni comuni, mentre per altri non viene chiaramente individuato chi partecipa e dove.
Viene poi introdotta, a tale proposito, la fondazione. Che, come proposta nella delibera, rappresenta uno strumento pericoloso di privatizzazione: quale sarà il patrimonio di queste fondazioni definite “Fondazione Bene Comune”? Perché tali fondazioni non vengono vincolate a scopi concreti e, soprattutto, a criteri di apertura anche ai soggetti deboli, che non hanno né oggi né avranno domani la possibilità di usufruire di un bene pagando al prezzo di mercato il suo accesso? Chi farà parte dei loro consigli di amministrazione, come verrà composta l’assemblea dei soci e quali sono le garanzie che gli immobili loro assegnati non vengano alienati in caso di debiti contratti dalle fondazioni medesime? Una volta che il bene viene “conferito” – e non invece concesso o affidato – la strada di fatto è già aperta alla sua alienazione, ovvero alla privatizzazione. E questo è un principio contrario all’intera logica e al significato dei beni comuni. Se si vuole proteggere un bene dalla disponibilità, perché non affidarne la gestione ad organi civici autonomi e indipendenti? In una città come Torino, parlare di fondazioni senza simili elementari chiarezze, rappresenta un indirizzo politico che NON POTRÁ MAI VEDERCI D’ACCORDO.
Il discorso sulle fondazioni diventa ancora più importante oggi, nel momento in cui il Comune di Torino ha siglato un accordo canaglia con Cassa Depositi e Prestiti il quale sembra già segnare in modo negativo, prima di nascere, qualunque percorso partecipativo.
Perché svilire poi, nel Regolamento beni comuni in via di approvazione, lo strumento dell’uso civico e collettivo urbano, che da forma di autogoverno delle comunità di cittadini sperimentato in altre città viene trasformato in un negozio giuridico, quindi un contratto, stipulato con dei rappresentanti, scelti oltretutto in modo opaco e arrogante?
Il fine non giustifica i mezzi: se parliamo di beni comuni ci vuole un processo partecipativo di discussione e confronto PUBBLICO, che per essere veramente partecipato non deve quindi muoversi all’interno di meccanismi già preordinati, come quelli previsti nella proposta di regolamento approvata dalla Giunta, della quale pertanto chiediamo la revoca.
E noi questo percorso pubblico e partecipativo di discussione lo faremo, a prescindere dalle intenzioni politiche dell’amministrazione comunale.
Per questo abbiamo deciso di dare vita al Coordinamento Beni Comuni Torino e di organizzare una assemblea pubblica, nel mese di ottobre, dove, con un processo partecipativo REALE, dal basso e senza l’ausilio di fantomatici “albi” di esperti, costruiremo l’opposizione alla modalità di gestione dei beni comuni cittadini prevista dal nuovo Regolamento, il quale non rappresenta le cittadine e i cittadini e tutte le forme organizzate che si battono per la salvaguardia e lo sviluppo dei beni comuni.
COORDINAMENTO BENI COMUNI TORINO

CCOMUNICATO CONGIUNTO L’USO CIVICO NON E’ UN “NEGOZIO”

COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO 17/7/2019
L’uso civico non è un “negozio”

Il discorso dei beni comuni è cruciale per garantire alle generazioni presenti e future non solo la tutela e conservazione di beni naturali e immobili funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali, ma anche la possibilità che intorno la cura e condivisione di questi beni si generino legami, solidarietà e comunità aperte ed eterogenee. I beni comuni sono produttori di comunità, e come tali vanno sottratti alla mercificazione e alla logica della valorizzazione intesa come profitto semplicemente monetario.

Il lavoro che a Torino, come in tante altre città, movimenti sociali, associazioni, abitanti del territorio fanno quotidianamente per sottrarre al degrado dell’abbandono e alla speculazione del cemento beni sottoutilizzati e abbandonati è il vero motore di qualunque discorso voglia essere seriamente interessato a parlare di beni comuni.

Abbiamo seguito un dialogo tra i cittadini e tra questi e l’Amministrazione, che si era mostrata interessata a svolgere su questo piano un ruolo di protagonista avanzato del dibattito nazionale.

Oggi però, siamo preoccupati della proposta di Regolamento sui beni comuni del Comune di Torino, su cui chiediamo l’apertura di un dibattito pubblico, perché finora chi ci ha lavorato ci ha negato la possibilità di studiare e partecipare alla sua scrittura, malgrado il nostro sostegno anche amministrativo alla battaglia che ha svolto in questi anni diverse realtà nella città di Torino.

Abbiamo già fatto pervenire, grazie anche al sostegno di alcuni attivisti e studiosi napoletani, alcune criticità, che in parte (almeno) sono state recepite in corner prima dell’approvazione in Giunta. Ciò però ancora non è sufficiente.

L’impianto prevede 4 ipotesi, e su tutte si deve intervenire in Consiglio comunale prima che sia troppo tardi e passi una idea privatista dei beni comuni che non corrisponde all’uso diffuso e collettivo che li caratterizza.

Art. 15 (Uso civico e collettivo urbano) prevede la trasformazione dell’uso civico in un “negozio civico” stipulato tra il comune e un soggetto giuridico delegato da una comunità di riferimento. L’individuazione dei referenti turnari compromette l’orizzontalità dei processi decisionali. Piuttosto, si dovrebbe riconoscere la realtà dei processi di autogestione aperta, individuando degli organi di autogoverno aperti e assembleari come titolari dei processi decisionali. Questa è l’unica risposta possibile contro chi vuole attaccare le gestioni comunitarie con il pretesto delle garanzie procedurali: dove – al contrario – c’è un negozio con dei referenti, la città sarà sempre chiamata a spiegare perché si è negoziato con qualcuno e non con qualcun altro.

Inoltre, deve essere chiarito che la responsabilità della comunità di riferimento non può essere equiparata a quella di custodi, o meglio non può rappresentare un facile meccanismo di deresponsabilizzazione del pubblico da alcuni oneri manutentivi e di tutela del patrimonio.

Non si può, con la scusa della sussidiarietà orizzontale, aggravare di oneri i cittadini che svolgono un’attività organizzativa gratuita al servizio della cittadinanza tutta.

Un grave errore, che falsa la realtà del processo, affermare che l’iniziativa è assunta dalla città, cioè dall’amministrazione comunale. Questa visione è il contrario del discorso dei beni comuni, che vede nella spontanea e generosa iniziativa degli abitanti del territorio (chiamati con una formula che andrebbe superata cittadini attivi o soggetti civici). La comunità di riferimento, che scrive la Carta a partire dalle proprie prassi d’uso, non nasce dal nulla, ma è una sperimentazione che l’atto dell’amministrazione riconosce. E allora bisognerebbe riconoscerla, anziché invisibilizzarla dietro l’iniziativa della città.

Ultimo passaggio distorsivo è quello di far approvare la carta di autogoverno dal consiglio comunale. La competenza regolamentare è del Consiglio, ma è già assolta con l’approvazione del presente regolamento. La carta, o meglio la dichiarazione di uso, non necessita un simile aggravio. Invece, andrebbe specificato che la ‘ratifica’ non si riferisce soltanto alla Carta così com’è, cristallizzata al momento del riconoscimento: al contrario, il regolamento deve prevedere che la comunità di riferimento abbia la possibilità di modificare le proprie regole di autogoverno, con un processo assembleare rafforzato e garantito da forme adeguate di pubblicità al fine di favorire la più ampia partecipazione alle scelte della comunità.

L’Articolo 16 – Gestione collettiva civica, è una superfetazione difficilmente comprensibile dell’uso civico. L’unica differenza sostanziale è nel potere di iniziativa, che qui viene ascritto alla comunità di riferimento (come in realtà accade sempre, invece, per l’uso civico e collettivo urbano, come elaborato nei fatti, prima che in un regolamento). Però questo non pone rimedio alle altre criticità sopra evidenziate. Anzi, prevede una ipotesi incoerente come la seguente: “La comunità di riferimento individua, secondo metodo democratico, il soggetto delegato alla stipula del negozio civico.” Una simile delega è un controsenso rispetto alla prassi di simili gestioni collettive, e non fa altro che contribuire alle accuse di mancanza di trasparenza ed imparzialità: chi sarebbero questi referenti se non dei prestanome? E che rapporto di responsabilità (solidale, con beneficio di escussione) con i “deleganti” informali?

Un ruolo di interlocuzione permanente, ove ritenuto rilevante, può avvenire semmai con organi di autogoverno specifici (un comitato dei garanti, un tavolo di lavoro et similia) ma non con soggetti individuati, cosa che porrebbe anche altri problemi di scelta, accountability ed eventuali procedure di sostituzione/integrazione di cui non v’è traccia e che renderebbero iperburocratico il processo.

A nostro avviso, si dovrebbero unire le due ipotesi riconoscendo ai cittadini il compito di scrivere, in procedure pubbliche e partecipate anche con il tavolo tecnico, una carta di autogoverno riconosciuta alla città, piuttosto che un “negozio”.

Le regole della partecipazione devono derivare dall’uso, e quindi si dovrebbe prevedere che la gestione dello spazio – in quanto aperta e includente, non offensiva e produttiva di redditività civica – è autorizzata per il tempo necessario a maturare le pratiche d’uso dello spazio stesso e quindi scrivere le Dichiarazioni. E non rappresentiamo un’esigenza soltanto nostra, bensì uno spunto emerso a livello nazionale dalle realtà della rete dei beni comuni emergenti.

Invece, il “negozio civico” – già solo nelle definizioni – deve essere riferito solo alla forma dei patti di collaborazione o alla fondazione beni comuni (art. 17).

Art. 17 Fondazione bene comune
Tutto questo, con maldestra evidenza, è per favorire l’ipotesi di trasferimento del bene a un modello di fondazione di partecipazione di diritto privato, chiamata “fondazione bene comune”. È un’ipotesi che trattiamo con rispetto e per questo non ci si può limitare a discuterne in un comunicato – siamo convinti che tante strade siano possibili – ma si deve avvertire che essa non ha nulla a che fare con l’esperimento del Teatro Valle, cui forse pure si vorrebbe richiamare. Il patrimonio della fondazione infatti non sarebbe autonomo, ma il bene immobile stesso qualificato come bene comune; di conseguenza emergerebbero sia un problema di liquidità per la manutenzione di un patrimonio – che a quel punto andrebbe solo affittato e messo a reddito monetario per finanziare le spese correnti – sia il problema della cancellazione dell’autonomia della comunità di riferimento nella gestione.
Rileviamo che tra le bozze del regolamento sia stato cancellato un punto determinante, di cui non si può fare a meno: come sarà composto e chi farà parte del CDA di tale fondazione? Si rinvia su questo delicatissimo aspetto ai singoli Statuti, aprendo un margine di discrezionalità esorbitante e rischioso, ma in realtà si nasconde una ipotesi che era stata già decisa e scritta nelle precedenti versioni, e che evidentemente per ragioni poco chiare si è deciso in questa fase di occultare: gli organi di governo dovrebbero veder rappresentati in modo paritetico “i fondatori, la comunità di riferimento ed esponenti del tessuto sociale in cui la fondazione opera”. In questo modo ci sarebbe un consiglio di amministrazione in cui siederebbero delegati degli enti locali (i fondatori), dei grandi stakeholder e potentati economici come Fondazioni bancarie, Teatri nazionali, cioè gli “esponenti del tessuto sociale della città” e solo infine, con un ruolo a quel punto meramente di tribuna, i delegati della comunità di riferimento, ledendo sia l’autonomia sia l’orizzontalità. Nulla a che fare con l’esperienza del Teatro Valle, quanto piuttosto la riedizione di una pessima proposta che venne fatta durante il momento drammatico dello sgombero in un tavolo parallelo.

Chiediamo un chiarimento sui componenti del CDA, sulle garanzie di inalienabilità del bene, su cosa accadrebbe quando un patrimonio costituito interamente dal bene immobile (come ipotizzato dai promotori), fosse incapace di affrontare qualunque spesa corrente, rischiando così di far fallire la fondazione, con grande gioia di potenziali acquirenti e speculatori.

Giuria civica. Un altro articolo modificato all’ultimo, che fortunatamente corregge la proposta iniziale. Ciò malgrado conserva una forte ambiguità. Che senso ha sdoppiare una giuria degli esperti e dei cittadini? Una simile visione tecnocratica collide con il tentativo di superare una simile dicotomia, aprendo e riconoscendo come esperti ANCHE coloro che sono espressione di una conoscenza pratica, che viene dall’associazionismo e da altre esperienze di base.
Ma cos’è in fondo un albo dei cittadini? C’è necessità di un albo per riconoscere i cittadini, o si vogliono configurare dei cittadini di serie A? E che ne è dei non cittadini, che avrebbero uguale, se non maggiore, titolo a dire la propria sulla tutela dei beni comuni?
Se invece si vuol fare appello al cittadino qualunque, quello che non ha mai partecipato a nessuna forma di esperienza sociale, ci troviamo di fronte ad un pericoloso qualunquismo, la pretesa di riconoscere una differenza morale a chi non ha mai fatto parte di esperienze collettive, che in realtà nasconde la porta agli avversari politici o a portatori di interessi privati ostili all’intero discorso dei beni comuni. Una specie di tribunale che fu aspramente criticato dallo stesso Rodotà e fu una delle ragioni di rottura dell’esperienza della seconda Commissione.

Ancora è possibile intervenire per migliorare quanto scritto ed evitare che diventi l’ennesima frattura, questa volta insanabile, tra realtà sociali di base e un piano istituzionale che deve scegliere se stare dalla parte di chi non ha parte o di chi vorrà strumentalizzare anche il discorso dei beni comuni

Torino, 16 luglio 2019

Associazione Salviamo Cavallerizza
Cavallerizza Irreale
L’Asilo Filangieri (Napoli)
Associazione Pro Natura
Associazione Salviamo il Paesaggio

questo il testo di Italia Nostra – Torino

Osservazioni di Italia Nostra-Torino su proposta di
nuovo Regolamento dei Beni Comuni

In rapporto alla bozza di nuovo Regolamento dei Beni Comuni redatto dal Comune di Torino, condividiamo in parte le osservazioni espresse dalle Entità e Associazioni…….
In particolare, condividiamo il rilievo sulla apparente indefinitezza delle rispettive responsabilità dell’amministrazione pubblica e della entità di cittadini, comunque denominata, cui il bene fosse affidato.
Così pure condividiamo l’osservazione sulla assente definizione delle conseguenze di una sopravvenuta impossibilità finanziaria od organizzativa a gestire il bene secondo le finalità inizialmente o successivamente concordate fra i promotori e il Comune.
Per parte nostra osserviamo che nel pur abbondante elenco di obiettivi e caratteristiche di un “Bene comune” non vengano chiarite le possibili declinazioni della formazione delle decisioni, se attraverso assemblee a partecipazione più o meno regolamentata o attraverso deleghe a organi esecutivi, né come avvenga il controllo da parte del Comune da un lato, e dall’insieme della cittadinanza, sull’effettiva ottemperanza agli obiettivi e ai metodi concordati col patto iniziale o con successive modifiche bilaterali.
Al riguardo osserviamo che dell’organo di controllo indicato, la “Giuria dei Beni Comuni”, non viene specificato il grado di cogenza delle decisioni, cioè se abbia chiara valenza gerarchica, e inoltre con la formulazione “chiunque intenda tutelare un bene comune può rivolgersi alla Giuria….” sembra apparire una funzione importante, prima non citata nel testo, di concorso all’instaurarsi del “negozio civico”, come se appunto l’individuo o il gruppo promotore potessero rivolgersi direttamente al Comune oppure a questa Giuria.
Altre nostre osservazioni potranno seguire quando avremo modo di esaminare più a fondo il testo.
In ogni caso ci associamo all’invito delle soprascritte entità e associazioni di sottoporre il testo a ulteriore approfondita verifica.

21-22 giugno incontro beni comuni a Casa Bettola

Siamo lieti di contribuire alla diffuzione di questa iniziativa di Casa Bettola a Reggio Emilia.

Incontro nazionale beni comuni emergenti a uso civico. 21 e 22 giugno a Reggio Emilia

Quest’anno Casa Bettola compie i suoi primi dieci anni di autogestione.

Vogliamo cogliere l’occasione per creare un momento di incontro a Reggio Emilia tra il 21 e il 22 giugno in cui continuare il percorso avviato negli ultimi anni per il riconoscimento dei beni comuni emergenti a uso civico, che ha avuto nell’assemblea di Napoli del 17 febbraio scorso un primo importante momento di sintesi collettiva.

Un appuntamento per mettere al centro della discussione alcuni temi che in questi anni sono emersi nelle sperimentazioni sui territori e nei confronti tra tante esperienze diverse di tutto il paese.

Come suggerisce il titolo vuole essere un’occasione per ribaltare un modello di sviluppo usa e getta, partendo dalla riappropriazione di spazi abbandonati come strategia per ri-usare l’esistente e pro-gettare un’altra idea di città e di territorio.

PROGRAMMA

13/6/2019 presentazione del libro ” La Cavallerizza. Stato di conservazione e proposta di manutenzione straordinaria”

Siamo lieti di invitarvi giovedì 13/6/2019 dalle ore 16.30 alle 18.00 presso la sala conferenze dell’Archivio di Stato di Torino ingresso piazzetta Mollino,  alla presentazione del libro dei proff. Giovanni Brino e Giovanni Maria Lupo presenteranno il loro libro” La Cavallerizza. Stato di conservazione e proposta di manutenzione straordinaria”.
Un’occasione per ripensare al futuro della Cavallerizza Reale in un’ottica di restauro conservativo rispettoso della tutela del bene architettonico e ad un anno di
distanza dalla dichiarazione di uso civico e collettivo urbano presentata dall’Assemblea Cavallerizza 14:45
Vi aspettiamo.

23/5/2014 – 23/5/2019 5 ANNI DI LOTTA

5 Anni di lotta, per liberare dal degrado la Cavallerizza Reale di Torino, due anni per definire un regolamento di uso civico e per consentire a tutt* di accedere a un bene comune patrimonio Unesco. Ma oggi cosa è rimasto di quella lotta? L’Associazione Salviamo Cavallerizza lotta ancora affinchè questo bene sia restituito alla cittadinanza tutta.
#CavallerizzaReale
#benecomune
#usocivico

26 maggio 2019 visita guidata alla Cavallerizza Reale

Domenica 26 maggio 2019 riprendono le visite guidate alla Cavallerizza Reale.

ritrovo interno cortile ore 10.30

Torino, Via Verdi 9 ingresso Cavallerizza Reale
a cura di
Arch. Anna Gilibert
Prof. Arch. Giovanni Lupo

IN CASO DI PIOGGIA L’EVENTO NO SI TERRA’.

La visita (gratuita e senza prenotazione) intende raccontare come la città sabauda nota oggi sia il frutto di un laborioso sovrapporsi di progetti, molti completati, altri interrotti a causa degli avvenimenti politici in cui il ducato e poi regno si è trovato coinvolto.

L’aspetto assolutamente stupefacente è che oggi abbiamo una stratificazione che va dalla fine del ‘600 sino agli anni centrali dell’800 fatta di palazzi (in parte esistenti, altri scomparsi), luoghi di governo (le segreterie di Stato), di archiviazione (l’archivio juvarriano), di teatro (il Regio), di altaeducazione (l’Accademia Militare), sino alla scuola
di equitazione (la Cavallerizza) ed alla zecca sabauda.

Lungo questo asse è anche collocata l’Università settecentesca, antico polo culturale con la biblioteca (nucleo originario della Biblioteca Nazionale di Torino) e le collezioni archeologiche sabaude aperte al pubblico (nucleo originario del Museo Nazionale di Antichità di Torino).

In Europa è forse il centro di comando dell’età ll’Assolutismo meglio conservato al centro di una città. Fa parte del sistema seriale delle residenze sabaude dichiarate nel 1997 sito UNESCO.

Spesso i torinesi non ricordano tutte queste strutture in modo unitario. La visita le ripercorre, partendo dalla Cavallerizza Reale, dove sarà dedicato un approfondimento particolare al maneggio di Benedetto Alfieri, al complesso delle strutture della Cavallerizza ed ai Giardini Reali Alti, un’area verde nel
cuore di Torino eccezionalmente conservata dall’età barocca.

COMUNICATO STAMPA 8/5/2019

COMUNICATO STAMPA 8/5/2019

L’Associazione Salviamo Cavallerizza, constatato che alcune parti del complesso della Cavallerizza Reale sono state deturpate con numerosi graffiti e scritte, esprime una ferma condanna dell’azione qui denunciata a prescindere dai contenuti rappresentati.
Questi metodi non appartengono agli obiettivi dell’Associazione Salviamo Cavallerizza, volti al conseguimento del pieno uso pubblico del complesso e alla sua tutela quale bene Unesco.

12 maggio 2019 visita guidata alla Cavallerizza Reale

Domenica 12 maggio 2019 riprendono le visite guidate alla Cavallerizza Reale.

ritrovo interno cortile ore 10.30

Torino, Via Verdi 9 ingresso Cavallerizza Reale
a cura di
Arch. Anna Gilibert
Prof. Arch. Giovanni Lupo

La visita (gratuita e senza prenotazione) intende raccontare come la città sabauda nota oggi sia il frutto di un laborioso sovrapporsi di progetti, molti completati, altri interrotti a causa degli avvenimenti politici in cui il ducato e poi regno si è trovato coinvolto.

L’aspetto assolutamente stupefacente è che oggi abbiamo una stratificazione che va dalla fine del ‘600 sino agli anni centrali dell’800 fatta di palazzi (in parte esistenti, altri scomparsi), luoghi di governo (le segreterie di Stato), di archiviazione (l’archivio juvarriano), di teatro (il Regio), di altaeducazione (l’Accademia Militare), sino alla scuola
di equitazione (la Cavallerizza) ed alla zecca sabauda.

Lungo questo asse è anche collocata l’Università settecentesca, antico polo culturale con la biblioteca (nucleo originario della Biblioteca Nazionale di Torino) e le collezioni archeologiche sabaude aperte al pubblico (nucleo originario del Museo Nazionale di Antichità di Torino).

In Europa è forse il centro di comando dell’età ll’Assolutismo meglio conservato al centro di una città. Fa parte del sistema seriale delle residenze sabaude dichiarate nel 1997 sito UNESCO.

Spesso i torinesi non ricordano tutte queste strutture in modo unitario. La visita le ripercorre, partendo dalla Cavallerizza Reale, dove sarà dedicato un approfondimento particolare al maneggio di Benedetto Alfieri, al complesso delle strutture della Cavallerizza ed ai Giardini Reali Alti, un’area verde nel
cuore di Torino eccezionalmente conservata dall’età barocca.